“Esilio” volontario e senso di patria oggi…

Prendendo spunto dal sonetto “A Zacinto” di Ugo Foscolo, si vuole riflettere sull’esilio (volontario o obbligato) cui tanti devono sottoporsi…

Mi riferisco a tutti coloro che, per motivi diversi (economici, tragici, scelta, etc…), si allontanano dalla loro madrepatria verso lidi lontani…

E anche sul senso di patria e di confini…

Tanti studiosi si sono confrontati su questa questione, in particolare sull’importanza oggi di avere un forte senso di appartenenza alla propria terra, visto la tendenza attuale ad eliminare i confini (forse…).

Un esempio è l’Europa Unita…

All’uopo allego la poesia di Ugo Foscolo:

A Zacinto

Né più mai toccherò le sacre sponde
ove il mio corpo fanciulletto giacque,
Zacinto mia, che te specchi nell’onde
del greco mar da cui vergine nacque

Venere, e fea quelle isole feconde
col suo primo sorriso, onde non tacque
le tue limpide nubi e le tue fronde
l’inclito verso di colui che l’acque

cantò fatali, ed il diverso esiglio
per cui bello di fama e di sventura
baciò la sua petrosa Itaca Ulisse.

Tu non altro che il canto avrai del figlio,
o materna mia terra; a noi prescrisse
il fato illacrimata sepoltura.

16 pensieri su ““Esilio” volontario e senso di patria oggi…

  1. Buona sera prof…
    Penso a tutti quei giovani che oggi, loro malgrado, sono costretti a fuggire dalla nostra penisola per cercare fortuna altrove, lavoratori che nel nostro paese nn riescono ad inserirsi in un tessuto che sembra lentamente ed inesorabilmente diventare terra di conquista per pochi, ma varcato il confine delle Alpi vengono stimati professionalmente e riescono ad inserirsi nel mondo del lavoro grazie esclusivamente alle competenze acquisite.
    Eppure ogni qualvolta fanno riferimento alla nostra cara Italia hanno dentro di sé quel senso di malinconia e di appartenenza che a molti di noi manca, forse perché la lontananza dalle proprie radici dalle proprie origini aiuta inconsciamente ad amare la propria patria come nn mai…

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  2. Mi vengono in mente anche coloro che scappano da guerre, repressioni, miseria lasciando i loro cari per cercare stabilità altrove, glielo leggi negli occhi quel senso di tristezza, paura, amarezza, malinconia, e molte volte si sentono responsabili anziché vittime…
    È proprio vero “gli occhi sono lo specchio dell’anima”, raccontano le sensazioni le emozioni che ogni individuo ha proprio lì in fondo all’anima…

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    1. Penso a tutte le persone che sono costrette a lasciare il loro paese per cercare stabilità, fortuna, lasciando indietro la famiglia e anche i loro amici con i cui hanno vissuto.
      Alcune persone partono dal loro paese per la guerra ed altri per motivi economici, e quindi vanno a cercare lavoro , studio e una vita migliore.

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  3. L’immigrazione un fenomeno che è sempre esistito e sempre esisterà, in quanto chi per un motivo, chi per un altro ha sempre trovato, nella soluzione di abbandonare la propria patria, la scelta migliore. L’uomo primitivo sentiva il bisogno di spostarsi da un posto ad un altro per cacciare e procurarsi del cibo. Sono sempre più numerose le persone che abbandonano il proprio paese per cercare altrove una vita migliore, per inseguire un sogno! La maggiore possibilità di spostamento permette loro di raggiungere paesi lontani o altri continenti. I paesi che hanno un elevato benessere sono le mete più ambite. Non vi è Stato che possa far fronte a un afflusso continuo di stranieri, per cui, molti di essi si tutelano con rigorose disposizioni sull’immigrazione; ma la maggior parte sa anche rispettare l’obbligo di accogliere e proteggere, per esempio, chi è perseguitato. L’accoglienza astratta e la diffidenza che a volte si trasforma in ostilità sembrano essere le uniche modalità attraverso le quali le società occidentali riescono ad affrontare il fenomeno delle imponenti migrazioni che interessa oggi il mondo globalizzato. Se da un lato, si assiste a una retorica dell’accoglienza che risulta incapace di affrontare i problemi concreti e di confrontarsi in modo sosstenibile e non emergenziale con la realtà, dall’altro, si manifestano comportamenti pregiudiziali, persino ostili, verso gli immigrati che sembrano minacciare illusori privilegi acquisiti dagli autoctoni. Entrambi questi atteggiamenti teorici nei confronti dei fenomeni migratori, condizionati dall’inseguimento di risultati immediati e dall’esigenza di rispondere alle emergenze, sono insufficienti per affrontare le difficoltà e le sfide quotidiane che le società contemporanee si trovano ad affrontare. E’ necessario quindi uno sforzo per tentare di comprendere in profondità le caratteristiche specifiche delle migrazioni attuali e per progettare, grazie a necessarie consapevolezze epistemologiche, pedagogiche e antropologiche, nuove modalità di integrazione sociale. Solitamente, la decisione di emigrare e di vivere lontano dalla propria patria non è dovuta a un unico motivo, ma ci sono sempre diverse cause: un giovane italiano difficilmente vivrebbe nella fredda Zurigo se i genitori non vi avessero trovato un impiego, anni prima; un pensionato di Berna non si sarebbe, probabilmente, mai trasferito in Portogallo solo perchè lì la vita costa meno. Il clima mite per i disturbi reumatici della moglie, l’ambiente tranquillo della residenza per gli anziani, il trasloco per motivi professionali dei figli ormai adulti e altri cambiamenti nella vita quotidiana lo hanno indotto a cambiare. Sono solo alcuni esempi reali di persone realmente conosciute, il desiderio di trovare un lavoro in linea con le aspettative e guadagnarsi un salario diverso è nella maggior parte dei casi il motivo principale della migrazione, la maggioranza lo fa con l’intenzione di restarci solo per un certo numero di anni, alcuni accarezzano il sogno di guadagnare all’estero un buon gruzzolo per poter poi, di ritorno in patria, aprire un negozio o un’attività.
    Ma il tempo trascorso fuori, una vita passata sotto cieli diversi, con altri valori e abitudini, allentano sovente i contatti con il paese d’origine. Persone con buona formazione scolastica e spirito di iniziativa tentano più facilmente l’avventura dell’emigrazione. Allora sorgono ulteriori questioni che tale fenomeno apre, l’emigrazione di manodopera qualificata e formata indebolisce i paesi d’origine di queste persone, responsabilità quasi totalmente da attribuire alla scarsa qualità delle istituzioni e ad una classe dirigente scadente, intesa come capacità di soddisfare i bisogni espressi o impliciti dei cittadini, è uno dei fondamentali fattori di equilibrio e progresso di uno Stato. Ma la qualità dipende essenzialmente dalle persone che costituiscono le diverse organizzazioni e che consentono di perseguire in modo adeguato gli obiettivi delle loro missioni. Nel nostro piccolo, ma anche, soprattutto a livello internazionale, da almeno un trentennio, assistiamo infatti a un suo progressivo scadimento, fenomeno che possiamo datare, con un certa approssimazione, dalla fine degli anni ’80, in coincidenza e correlazione con la crisi delle ideologie e dei partiti che ad esse si ispiravano. I partiti fino a quel tempo produttori di programmi e dotati di personale politico qualificato in grado di attuarli, ma anche capaci di catturare una certa parte delle idee formatesi al loro esterno, sono andati progressivamente perdendo queste capacità, riducendosi sempre più a “macchine elettorali”, con personale politico nominato dalle segreterie centrali (la legge porcellum costituisce un esempio eclatante) e in prevalenza sulla base di lealtà verso i capi dei quali garantire la permanenza al potere. Tutto ciò ha portato a uno scompenso sociale-economico, ancora più forte rispetto al passato, in cui da una parte la ricchezza è stata concentrata in mano a pochi Stati, alcuni dei quali emergenti sul piano mondiale (la Cina per esempio) e dall’altra ha visto il progressivo decadimento di Paesi che hanno, nel corso dei secoli, scritto pagine importanti di storia, come la nostra patria: l’Italia. Gli italiani, popolo di navigatori, poeti, scienziati, grandissimi geni che il mondo tuttora ci invidia, pensiamo a Leonardo, uomo d’ingegno e talento universale, che incarnò lo spirito della sua epoca, emigrato in Francia non vi più ritornò in patria, lo stesso Dante esiliato dalla sua amata Firenze morì a Ravenna, sono solo alcuni esempi di come da sempre il fenomeno si è contraddistinto sia volontariamente che per obblighi dettati da cause esterne, per decenni abbiamo insegnato l’informatica e l’elettronica agli americani, quasi nessuno sa che l’architettura dei famosissimi processori Intel è stata brevettata da un italiano: Federico Faggin. Vicentino ma milanese di adozione, classe ’41, emigrato dalla sua patria in giovane età per affrontare gli studi universitari e poi il lavoro, è stato l’inventore del primo microprocessore al mondo, che iniziò ad essere commercializzato nel 1976, con il pezzo forte del mercato informatico/elettronico dell’epoca: lo Z-80. Adriano Olivetti fiutò sin da subito la grande possibiltà di sfondare nell’elettronica, era l’orizzonte del futuro, propose una collaborazione che fece dell’azienda di Ivrea una delle più prestigiose aziende del panorama globale con sedi in tutto il mondo. Da sempre paesi come gli USA e molti altri hanno guardato in casa nostra e ci hanno portato via questi talenti di cui ne sentiamo profondamente la mancanza e ne soffriamo di conseguenza, poiché tutto rimane così indifferente ai nostri occhi. E allora ognuno di noi si è armato di grande volontà e impegno per perseguire obiettivi sempre più alti e prestigiosi nel suo piccolo e cercare attraverso il lavoro e il sacrificio di emigrare, di dare un contributo eccellente alla causa personale e non, alcuni hanno accusato questo profondo stress psico-fisico, altri hanno retto bene la pressione ma ciò che dovremo sempre ricordare e portare con noi sarà il nostro senso di appartenenza a questo nostro grande Paese in questo momento di grandissima difficoltà.

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  4. Mi stavo incominciando a preoccupare.

    Penso che oggi due fattori come la disorganizzazione e la necessità di arricchirsi della società siano la causa primaria della fuga di cervelli.
    Menti brillanti sono costrette a cercare la fortuna altrove solo per trovare il loro spazio nel mondo, lo spazio per la loro genialità e spesso il loro attaccamento alla patria e la loro riconoscenza è più forte di quello dimostrato dalla patria stessa.
    Ci piace sentire e rivendicare i risultati dei nostri compatrioti all’estero ma delle volte mi mette tristezza.
    Le persone dovrebbero allontanarsi dal proprio paese solo per necessità di sopravvivenza e nonostante questo il posto in cui si è nati rimane nel cuore nonostante tutto.

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  5. La maggior parte dei quelli che emigrano lo fa per motivi economici, in fuga dalla povertà, in cerca di occasioni di lavoro, un migliore tenore di vita, migliori condizioni di lavoro e retribuzione, o nei casi più critici, per motivi di sopravvivenza.

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  6. la terra da cui si nasce porta con se sempre molti cari ricordi della nostra tenera età, e sono proprio quelli a legare una persona alla propria patria i ricordi, gli affetti e i bei momenti trascorsi con essi; molti come me ne hanno spezzettati perché figli di due nazioni o perché semplicemente sono immigrati già da molto tempo. Nonostante questo per quanto noi possiamo sentirci legati ad una nazione essa non lo sarà mai con noi, la terra ci appartiene ma noi non a lei, ci cresce come una madre settica e apatica che sa che un giorno per sognare una nuova vita o esigenze o addirittura malattia e vecchiaia la abbandoneremo; le lacrime saranno pur sempre versate dalla persone che amiamo anche dall’altra parte del mondo

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  7. Secondo me prof il bisogno di lasciare le proprie radici, origini sono causate da diversi fattori. Per esempio un sogno di provare nuove esperienze, realizzare un proprio sogno, oppure può essere un dovere, qualcosa che bisogna fare date le circostanze.
    Posso dire per esperienza dei miei genitori che hanno lasciato le proprie terre per trasferirsi in un paese dove gli avrebbero dato una vita migliore. Ovviamente questo atto non è del tutto facile, lasciare le proprie abitudini e cambiare stile di vita per adattarsi in qualcosa di nuovo, per questo ringrazio davvero i miei genitori.
    Come ho detto prima non è per niente facile e bisogna dare tutto sé stessi e la cosa più importante secondo me è lo spirito di sacrificio, non è facile lasciare la propria famiglia ne trovarsi in un nuovo “mondo” se si può dire.
    Ma un sogno si può realizzare se si è davvero sicuri e convinti e con questo pensiero e volontà si può superare ogni tipo di ostacolo.
    Un esempio può di cui vado molto fiero è mia madre che solo alla età di vent’anni di trasferì in questo paese e ringrazio ogni suo sacrificio.
    Alla fine penso che se si ci trova nella situazione di lasciare le proprie origini è il fatto di migliorare la condizione della propria vita o di migliorarla per realizzare i propri sogni.

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